Il racconto del gruppo
Il racconto del gruppo Il racconto del gruppo
Il racconto del gruppo "Belli freschi"
08 Mag 2011
Partivamo inoltre con una incognita che rimbalzava tra i telegiornali italiani, una nube mediatica che avevamo la sensazione fosse stata addensata ad uso e consumo della politica. Vedremo. Nel frattempo cogliamo il lato positivo, il prezzo del volo scende e noi risparmiamo qualche picciolo.

La prima sensazione, negli aeroporti di Tunisi e Tozeur è che i turisti siano pochi, pochissimi. E per inciso nessun italiano. Solo qualche sparuto francese tendente al fricchettone trascina il suo trolley nei lunghi corridoi lucidati maniacalmente dalle inservienti in camice.

I tunisini invece ci sono e, ovviamente, sono serafici nonostante secondo i telegiornali del mio paese dovrebbero essere infervorati da una rivoluzione epocale. Invece con la loro calma olimpica fumano dove c'è scritto di non fumare e aspettano il loro volo. Ci adeguiamo alle usanze locali, tiriamo fuori il tabacco e aspettiamo giocando a carte il nostro volo in ritardo di quattro ore.

Arrivati a Tozeur ci mettiamo in macchina, direzione Douz. Due cose saltano agli occhi durante il tragitto, la prima è che l'onnipresente polizia sulle strade è scomparsa. Zero. Niente di niente. Avanzo immediatamente una ipotesi del tutto campata in aria: siccome in questo momento è l'esercito ad avere in mano le sorti della Tunisia (almeno fino alla costituente e forse anche oltre) e siccome il popolo non stravede per quella che era la gamba destra di Ben Ali, cercano di tenere un basso profilo per non dare adito a eventuali provocazioni. Chiedo ad Arhmed che guida la nostra macchina ed è tunisino doc e mi risponde che la polizia c'è, ma non si vede. Sibillino.

La seconda cosa che salta agli occhi è che una buona parte dei comandi di polizia sono stati dati alle fiamme. Le palazzine sono ancora al loro posto, ma le lingue di fumo nero che sbordano dalle finestre non lasciano dubbi sul fuoco che ha divorato gli interni. Le case a fianco di quelle bruciate sono invece perfettamente intatte e anche le facciate delle questure. E' come se il fuoco avesse bruciato le suppellettili e basta, una specie di fuoco controllato. Civile ‘sta rivoluzione. Chiediamo al nostro Virgilio tunisino Arhmed: ne hanno bruciate molte? Ci sono stati feriti? Risponde che ne hanno bruciate parecchie, due o tre anche a Douz ma feriti non ce ne sono stati. Chissà come hanno fatto. Li hanno invitati ad uscire dicendogli scusate dovremmo bruciare il palazzo accomodatevi fuori? Forse si. Misteri tunisini. In giro, per le strade e nelle piazze, la situazione è come sempre pacifica ed amichevole, la rivoluzione morbida non ha intaccato minimamente la socialità dei tunisini, né francamente si riescono a vedere i segni di una presunta brace sotto la cenere. L'unica cosa che mi ha un po' imbarazzato sono state le domande di due ragazzi/signori, che in incontri estemporanei mi hanno detto che facciamo bene a respingere i tunisini alle frontiere. Non sono d'accordo. Per un attimo ho la sensazione di parlare con cummenda di Pontida. Strane opinioni. Forse volevano evitarmi la vergogna di appartenere a un paese schiettamente egoista e dimentico di qualsivoglia forma di solidarietà. O magari erano veramente leghisti.

Arrivati a Douz ci lasciamo avvolgere dalla Maison du Voyageur. Bellissima e sinceramente esotica. Le bouganville ci abbracciano mentre il tè alla menta di benvenuto fuma nei bicchierini decorati. Stefano che è uno dei padroni di casa (insieme a Mohamed) è la guida perfetta, in grado di fare ogni cosa col giusto ritmo, la giusta umanità, di lasciare una impronta discreta e duratura nel viaggiatore. Ci si prepara per la cena senza mettere troppo tempo in mezzo, domani si parte presto è c'è un bel po' di deserto da fare. Fantastico.

Il resto del viaggio è deserto da solcare a piedi. Un viaggio dentro e fuori che è troppo intimo e delicato per scriverne ora. E come ogni emozione è unica, privata. La fatica, la sabbia, la gioia e le viste, la pioggia perfino. Tutto vissuto con le persone più importanti della mia vita. Decisamente troppo breve. Troppo intenso e bello.

Noi abbiamo fatto un tratto del nostro cammino nel deserto della Tunisia, ma la sensazione è che la Tunisia tutta sia in cammino. Ovviamente non sarà un cammino agevole, il sud rurale immerso nelle proprie tradizioni dovrà essere coinvolto nel processo democratico che ora gli appare così distante. Dovranno lavorare sul concetto di democrazia e dovranno formare una società civile in grado di sorvegliare gli attori della politica. Un grande lavoro. Magari noi italiani potremmo anche imparare qualcosa. E certamente dovremo essere al loro fianco.

Stefano Fazzini
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